Armonizzare un video giocando con le cromie

Spesso non notiamo i cambi di colore in un film perché spesso tutto ciò è volutamente “non forzato” e talmente armonico da non essere rilevato. Il lavoro di un direttore della fotografia (oggi sempre più legato a quello del colorist) punta a guidare emotivamente lo spettatore: non si tratta solo di una semplice questione “estetica” ma anche di un profondo meccanismo psicologico.

Vittorio Storaro nei suoi libri afferma che

“ogni singolo colore è in grado di richiamare inconsciamente una ben precisa emozione”

Fin dall’origine del cinema si è sempre sentita la necessità di intervenire sulla manipolazione del colore nel risultato finale della pellicola: inizialmente il lavoro era manuale sul singolo fotogramma, poi attraverso espedienti chimici furono le pellicole stesse a differenziarsi sulla cromia, infine la post-produzione digitale ha esponenzialmente ampliato queste possibilità.

Oggi, ormai anche nelle camere consumer, si sente sempre più spesso parlare di RAW e “profilo logaritimico”: senza voler entrare nei dettagli tecnici, oggi ci è consentito di catturare molte più sfumature di colore all’interno di una vasta gamma dinamica. Allora ecco che lo spazio colore riproducibile dalla nostra camera (cosiddetto gamut), se sapientemente lavorato in post-produzione, si riempie di colori mai visti primi.

Questo ha anche aperto la strada ad improvvisati esperti di color grading e color correction che, non sapendo trattare adeguatamente le immagini, finiscono con lo sbiadire o l’amplificare troppo colori e contrasti rendendoli, nel migliore dei casi, non coerenti con il senso narrativo del video.

Fare color è un lavoro che necessita di esperienza, tempo, capacità e strumenti adeguati (in primis monitor dedicati e software professionali). Affidatevi sempre a persone competenti su tutta la filiera della produzione video o rischierete di veder rovinato un lavoro proprio nell’ultima fase.